Tre milioni e settecentomila persone: è il numero impressionante di potenziali vittime di rapimenti alieni che, all’inizio degli anni Novanta, alcuni ricercatori arrivarono a ipotizzare soltanto negli Stati Uniti. La stima nasceva da un’indagine condotta nel 1991 dalla Roper Organization su 5.947 adulti americani, i cui risultati furono analizzati da Budd Hopkins, David Jacobs e Ron Westrum. Il loro studio, pubblicato con il titolo Unusual Personal Experiences («Esperienze personali insolite»), suggeriva che circa il 2% della popolazione adulta statunitense potesse aver vissuto un’esperienza di alien abduction, magari senza conservarne un ricordo consapevole. Una conclusione sorprendente e sconvolgente.

Lo studio sollevò molte polemiche e controversie. Ai partecipanti, infatti, non era stato chiesto direttamente se fossero stati rapiti dagli extraterrestri. I ricercatori avevano cercato piuttosto alcuni possibili indizi: risvegli accompagnati da paralisi e dalla percezione di presenze sconosciute, periodi di tempo apparentemente scomparsi dalla memoria, sensazioni di levitazione, luci misteriose nella propria stanza e cicatrici di origine ignota. Chi riferiva almeno quattro di queste cinque esperienze veniva considerato una possibile vittima. Il criterio fu contestato e la stima respinta al mittente. Eppure, nel corso degli anni, il fenomeno dei presunti rapimenti alieni ha acquisito una crescente visibilità, grazie anche al lavoro di psichiatri stimati come John Mack, che hanno deciso di studiare le testimonianze dei cosiddetti «addotti» senza pregiudizi né spiegazioni precostituite, cercando innanzitutto di ascoltarli e aiutarli.

Da allora, migliaia di persone in tutto il mondo hanno raccontato esperienze analoghe. Al di là, dunque, dell’attendibilità di quella stima numerica, che rimane impossibile da verificare, c’è la sensazione che i casi siano più numerosi di quelli conosciuti. Insomma, la classica «punta dell’iceberg»… E resta aperta una domanda: quante persone, nel mondo, ritengono di aver vissuto qualcosa di simile senza averne mai parlato pubblicamente? Quante custodiscono ricordi frammentari, esperienze difficili da interpretare o storie che non condividono per evitare incredulità e derisione? È uno degli aspetti più delicati del fenomeno delle abduction: il possibile sommerso delle testimonianze. Un universo impossibile da quantificare, nel quale distinguere gli eventi realmente accaduti dalle interpretazioni soggettive rimane una sfida tutt’altro che semplice.

Maria Grazia Spadaro, giornalista che collabora con le testate Civico20News e Italia Arte, è una delle persone che hanno deciso di rompere il silenzio. Per undici anni ha custodito il ricordo di un’esperienza che descrive come profondamente traumatizzante, prima di raccontarla pubblicamente. Nella prima parte dell’intervista rilasciata a Extremamente, ha ricostruito quanto sostiene di aver vissuto nel 2015: un episodio che, a suo dire, avrebbe tutte le caratteristiche di un rapimento alieno. Si sarebbe ritrovata, nel cuore della notte, in un ambiente completamente sconosciuto, circondata da uomini tenuti prigionieri e da creature inquietanti, simili ai tradizionali alieni Grigi. Ricorda il panico, il dolore provocato da un’iniezione e poi il nulla: si sarebbe risvegliata, terrorizzata, nel suo letto, accanto al marito ignaro.

Secondo il suo racconto, anche la figlia, all’epoca diciottenne, avrebbe vissuto un’esperienza spaventosa quella stessa notte: le avrebbe in seguito confidato di aver visto un alieno alto e con quattro dita, esattamente come uno degli esseri descritti dalla madre (che però non le aveva ancora rivelato nulla). Un elemento che talvolta ricorre nelle testimonianze di presunte abduction: l’ipotesi di una sorta di «linea di sangue», che porterebbe membri della stessa famiglia, di generazione in generazione, a sperimentare esperienze analoghe. Ma nella vicenda raccontata dalla giornalista torinese emergono altri elementi che ricorrono frequentemente nei racconti dei cosiddetti addotti.

La sua storia, infatti, non si è esaurita con quella notte terrificante. Nella seconda parte dell’intervista, Maria Grazia ammette di essersi in seguito rivolta a un medico per un problema alla schiena e che, durante la visita, il chirurgo sarebbe rimasto stupito dalla presenza di strane cicatrici sul suo corpo. Segni che la donna aveva già da ragazzina, ma che non sarebbero riconducibili né a un intervento chirurgico né a semplici smagliature della pelle. Un mistero per il medico, un punto interrogativo per lei. Maria Grazia ha conservato le fotografie di quei segni, che ha messo a disposizione anche per questa intervista. Ma il suo sospetto va oltre: si domanda se nel suo corpo possa essere stato impiantato un microchip, un dispositivo minuscolo, simile per dimensioni a quelli utilizzati per l’identificazione elettronica. La sua è soltanto un’ipotesi personale, mai confermata da esemi specifici.

L’intervista ripercorre poi quel vuoto di memoria, quel missing time intercorso tra le dolorose procedure che Maria Grazia Spadaro sostiene di aver subito e il suo improvviso ritorno in camera da letto. Sarebbe possibile far riaffiorare quei ricordi attraverso l’ipnosi regressiva? E, soprattutto, sarebbe davvero opportuno tentare? La giornalista ha maturato una scelta precisa, che spiega nella seconda parte della nostra conversazione. Una decisione che solleva interrogativi non soltanto sul fenomeno dei rapimenti alieni, ma anche sul rapporto tra memoria, paura e desiderio di conoscere. La giornalista rivela inoltre un altro episodio anomalo, del quale sarebbe stata testimone in pieno giorno, su una spiaggia affollata di Rimini, più di trent’anni fa. E spiega come e quando abbia deciso di intraprendere un percorso di studio per tentare di dare un senso a quello che ha vissuto, qualunque cosa sia stato…

Una testimonianza coraggiosa, soprattutto da parte di una professionista dell’informazione, con una vita normale (è madre, moglie, amica…), che si espone al rischio di critiche e derisione raccontando pubblicamente un’esperienza che la stragrande maggioranza di chi ascolta potrebbe considerare soltanto un incubo, se non addirittura un’invenzione. «Io non voglio convincere nessuno e non cerco pubblicità», ha ribadito Maria Grazia Spadaro, convinta che sia arrivato il momento di discutere anche di questi temi che sembrano pura fantascienza. Porterà il suo contributo a Torino, il 14 e 15 novembre, a «Contact – Il tempo della verità» (questo il link per acquistare i biglietti). Due giorni dedicati a disclosure, Intelligenze non umane, esperienze di contatto, ipotesi scientifiche e coscienza, con ospiti di fama internazionale. Ma una sessione sarà dedicata agli spettatori: chiunque potrà farsi avanti per raccontare un incontro, un avvistamento. Per una volta, senza paura di essere ridicolizzati o insultati, ma tra persone pronte ad ascoltare senza emettere giudizi.





