Sul web non si parla di altro… In Turchia, è in corso una spedizione scientifica che potrebbe dare conferma a uno dei più celebri racconti biblici. Su una montagna, infatti, esiste una formazione geologica che, vista dall’alto, ha una forma sorprendente: allungata, simmetrica, con un’estremità appuntita e l’altra più piatta, tanto da ricordare lo scafo di una gigantesca imbarcazione con prua e poppa. È la formazione di Durupınar, non lontano dal monte Ararat, la regione che la tradizione associa all’approdo dell’Arca di Noè dopo il Diluvio. Per decenni si è discusso se quella sagoma fosse soltanto uno straordinario scherzo della natura. Ora, però, qualcosa è cambiato: gli studiosi hanno cominciato a perforarla.

Il sito si trova vicino al confine iraniano, a circa 29 chilometri a sud della cima del Grande Ararat, ed è entrato ufficialmente nella storia nel 1959 quando il capitano dell’esercito turco İlhan Durupınar (da cui poi ne avrebbe preso il nome) ne individuò l’inconfondibile profilo esaminando delle fotografie aeree. Quel luogo sembrava quasi disegnato apposta per alimentare il mistero. C’era un particolare, soprattutto, destinato a sollevare curiosità e aspettative: la formazione misura circa 157 metri, una lunghezza molto vicina a quella attribuita all’Arca se trasformiamo in metri i 300 cubiti indicati nella Genesi. Naturalmente una somiglianza di forma e dimensioni non costituisce una prova, ma è stata sufficiente per attirare sul luogo, nel corso dei decenni, esploratori, geologi e ricercatori.

Per molto tempo la spiegazione prevalente è stata decisamente più prosaica. Diversi studiosi hanno interpretato Durupınar come una formazione naturale prodotta dalla particolare geologia della zona e modellata nel tempo da movimenti del terreno ed erosione. Uno studio pubblicato nel 1996 da Lorence Collins e David Fasold arrivò alla conclusione che le presunte strutture artificiali e i materiali indicati come resti dell’Arca potessero essere spiegati geologicamente. È uno studio con peer review, che non può certo essere ignorato. Ma proprio per questo il nuovo progetto vuole spostare la discussione dalle interpretazioni alle verifiche dirette. Ovvero, non limitarsi più a osservare la superficie, ma capire che cosa si trovi realmente al suo interno.
Nelle ultime settimane, la ricerca ha infatti compiuto un salto di qualità. Un progetto diretto dal professor Cenker Atila, archeologo dell’Università Sivas Cumhuriyet , ha ottenuto l’autorizzazione ufficiale delle competenti autorità turche. Alla campagna stanno partecipando una ventina tra scienziati, specialisti e studenti provenienti da cinque Paesi. Il programma prevede una mappatura GPS, modelli digitali in due e tre dimensioni, indagini geofisiche, il radar di profondità, una raccolta di campioni di terreno e, soprattutto, vari carotaggi in punti selezionati della formazione. I materiali recuperati saranno sottoposti ad analisi di laboratorio e i risultati complessivi della ricerca dovrebbero essere presentati nel 2027.

Le prime indagini hanno restituito dati che meritano attenzione. Le scansioni radar effettuate negli ultimi anni avevano già individuato sotto la superficie anomalie lineari e angolari, zone di discontinuità e possibili cavità. Il gruppo che studia ora Durupınar le interpreta come potenziali strutture interne, arrivando a parlare di spazi simili a corridoi o compartimenti. Le nuove immagini hanno quindi permesso di individuare i punti nei quali effettuare i carotaggi: un passaggio essenziale, perché un radar può segnalare un’anomalia, ma non può stabilire da solo che cosa l’abbia prodotta. È necessario raggiungerla fisicamente e analizzarne il materiale.

Durante le perforazioni, il gruppo afferma di avere incontrato cavità sotterranee e strati ricchi di materiale organico, senza trovare, almeno nei fori finora realizzati, la massa continua di roccia calcarea che ci si sarebbe aspettati secondo le consuete interpretazioni geologiche del sito. In uno dei carotaggi, a circa quattro-cinque metri di profondità, la trivella avrebbe inoltre incontrato uno strato così resistente da spezzarne la punta. Tra le ipotesi avanzate c’è quella di legno fortemente mineralizzato o pietrificato, ma la natura del materiale resta da accertare. A incuriosire è anche la maggiore concentrazione di carbonio rilevata nei campioni prelevati all’interno della formazione rispetto a quelli raccolti all’esterno.

E ora, per la prima volta, sotto Durupınar è arrivato anche un “esploratore”: GOPHER, un piccolo robot cingolato dotato di telecamera ad alta risoluzione, progettato per penetrare attraverso i fori di perforazione e raggiungere le anomalie individuate dalle precedenti scansioni. I primi tentativi sono stati ostacolati dai sedimenti molto sciolti, ma secondo l’ultimo aggiornamento diffuso dal team il robot sarebbe riuscito a scendere fino a circa 12 metri di profondità. Nei tratti finora osservati, i ricercatori riferiscono ancora una volta di non avere incontrato uno strato continuo di roccia compatta. L’obiettivo adesso è spingersi più lontano, fin dentro le possibili cavità segnalate dal radar, mentre i numerosi campioni estratti dal sottosuolo vengono inviati ai laboratori per gli esami microscopici.

Tra i reperti che nel corso degli anni hanno alimentato il dibattito su Durupınar ce n’è anche uno risalente al 1991: un piccolo oggetto, largo circa nove centimetri, dalla forma simile a una grossa rondella con un elemento centrale. Secondo quanto riportato dai ricercatori che sostengono l’ipotesi dell’Arca, le analisi avrebbero rilevato la presenza di ferro, alluminio e titanio e l’oggetto potrebbe essere stato utilizzato come elemento di fissaggio per grandi travi di legno. Un’interpretazione suggestiva, ma che richiede prudenza: origine, natura e funzione del reperto non sono state stabilite in modo conclusivo e sarebbero necessarie verifiche indipendenti per comprenderne davvero il significato.
Alcuni componenti della spedizione, tuttavia, si mostrano già sicuri della imminente scoperta epocale. Come Andrew Jones, fondatore di Noah’s Ark Scans e da molti anni impegnato nello studio di Durupınar. Lo studioso sostiene ad esempio che i nuovi dati mettano seriamente in discussione l’idea di una semplice formazione rocciosa e dichiara apertamente di credere che sotto quei sedimenti possano trovarsi i resti dell’Arca. Questa, ovviamente, per ora è solo la convinzione di un ricercatore coinvolto direttamente nel progetto, non una conclusione scientifica acquisita. Lo stesso Jones, nei giorni scorsi, ha denunciato che il suo appartamento è stato svaligiato: i ladri hanno rubato computer e schede di memoria, ma non altri oggetti di valore. Come se qualcuno cercasse proprio i dati della ricerca in corso…






