C’è un momento in cui il mistero cambia nome e linguaggio. E, così facendo, cambia anche il modo in cui viene percepito. Negli Stati Uniti, per la questione UFO-UAP, quel momento sembra essere arrivato adesso. Per anni, la parola chiave è stata una sola: disclosure. Ovvero l’aspettativa che qualcuno- dentro il cosiddetto Deep State, nei corridoi del Pentagono o alla Casa Bianca – prima o poi decidesse di aprire gli archivi e raccontare al pubblico cosa sa davvero Washington sugli oggetti anomali nei cieli. Una speranza che si ripropone ciclicamente e viene sempre delusa.

Adesso, ad incarnarla, è Donald Trump, con la sua promessa a mezzo stampa di ordinare alle agenzie federali di identificare e rilasciare i file su UFO, UAP e vita extraterrestre. Un processo, assicura il Pentagono, già in corso. Eppure, proprio mentre la disclosure torna sotto i riflettori, accade qualcosa di inatteso: la natura stessa del fenomeno viene riscritta. Perché non si sta più parlando di oggetti fisici provenienti da altri pianeti: sempre più spesso, nel dibattito americano, emergono parole come “demonI”, “altre dimensioni”, “realtà parallele”. Il passaggio più netto è arrivato, nei giorni scorsi, dal vicepresidente JD Vance. In un’intervista online poi rilanciata da diverse testate, Vance ha dichiarato di non credere che gli UFO siano di provenienza aliena. «Penso che siano dei demoni», ha detto senza giri di parole, aggiungendo poi di essere “ossessionato” dagli UFO e di voler “andare fino in fondo”, sostenendo che l’amministrazione sta lavorando al rilascio dei documenti.

Non è tanto la frase in sé a colpire (idee simili circolano da tempo), quanto il contesto. Perché Vance non parla da semplice opinionista, ma da politico ai vertici di un Governo che interpreta il fenomeno anche attraverso la fede religiosa, associando ciò che “non è di questo mondo” a forze soprannaturali non proprio benevole. E con questa frase, si fa strada anche un’idea precisa: il fenomeno non è solo tecnologico o extraterrestre, ma spirituale. Se Vance spinge verso il soprannaturale, Anna Paulina Luna (figura centrale nel fronte pro-disclosure al Congresso) percorre una strada diversa, ma altrettanto destabilizzante. La parlamentare americana ha parlato più volte di “esseri inter-dimensionali”. Ha raccontato che ai legislatori, durante briefing ufficiali, sarebbero state mostrate informazioni e materiali super classificati che suggeriscono l’esistenza di fenomeni “non creati dall’umanità”, capaci di muoversi in modi che sfidano il nostro concetto di spazio e tempo.

Luna non usa un linguaggio esplicitamente religioso, ma neppure quello classico dell’alieno proveniente da un altro pianeta. Il suo è un vocabolario ibrido, a metà tra fisica teorica e ignoto: qualcosa che non viene “da fuori”, ma che attraversa livelli della realtà che normalmente non percepiamo. Ed è qui che il quadro si complica. Vance e Luna, in modi diversi, stanno facendo la stessa cosa: allontanano il fenomeno dall’ipotesi extraterrestre tradizionale. Tutto questo mentre chi dovrebbe fare chiarezza e trovare risposte al mistero, in parte, alza le braccia in segno di resa. Come ha fatto Jon Kosloski, attuale direttore dell’AARO incaricato di spiegare gli UAP: parlando alla stampa, ha escluso che il suo ufficio abbia trovato prove di una correlazione tra questi oggetti enigmatici e le intelligenze non umane (e tantomeno con tecnologia russa o cinese), ma ha ammesso che esistono avvistamenti del tutto inspiegabili: «Ci sono casi interessanti che io stesso, pur con una formazione in fisica e ingegneria e anni nell’intelligence, non riesco a spiegare – e, per quanto ne so, nessun altro riesce a comprendere».

Non è una dichiarazione sensazionalistica. Non parla di demoni né di dimensioni parallele. Eppure, proprio per questo, pesa forse ancora di più. Perché suggerisce una cosa sorprendente: il fenomeno sfugge anche a chi ha accesso ai dati migliori. Come se la “fisica degli UFO” non fosse la stessa che utilizziamo noi. Senza dimenticare che la questione è ormai diventata anche cronaca politica, con le audizioni al Congresso, le richieste bipartisan di trasparenza, i whistleblower che denunciano minacce e chiedono protezione, i potenziali testimoni che spariscono nel nulla… Tutto indica che esiste una tensione concreta dentro l’apparato americano. Non si tratta solo di curiosità pubblica, ma di un vero confronto tra chi spinge per la divulgazione e chi, per vari motivi, preferisce mantenere il controllo sulle informazioni.

In questo contesto, è interessante quello che ha più volte sostenuto Lue Elizondo, ex responsabile del programma AATIP, ovvero che all’interno delle istituzioni esistono resistenze alla disclosure e che, in alcuni casi, queste resistenze hanno avuto anche una componente religiosa. Lo scrive anche nel suo libro “Imminent”. Secondo il suo racconto, alcuni funzionari avrebbero interpretato il fenomeno come potenzialmente “demoniaco”, scoraggiando indagini più approfondite. Un elemento che oggi, alla luce delle dichiarazioni pubbliche di un vicepresidente in carica, che utilizza lo stesso tipo di linguaggio, assume un peso diverso. A questo punto, la domanda non è più soltanto: “cosa sono gli UFO?”, ma soprattutto: “chi sta decidendo come raccontarli?”

Perché sembra emergere uno schema: Trump promette i file; il Pentagono conferma il processo di rilascio; il Congresso insiste sulla trasparenza; l’AARO continua a raccogliere casi -ormai a quota 2.000 – ma, nel frattempo, si parla sempre più di frequente di demoni, esseri inter-dimensionali, creature fuori dal tempo e dallo spazio. Non si può dimostrare che una regia unica stia orchestrando questo cambiamento, ma c’è un’evidente convergenza narrativa che sta spostando il fenomeno oltre la semplice idea di “astronavi aliene”. Questa convergenza può essere letta in due modi. Da un lato, potrebbe essere spontanea. I dati (tracciati radar, video, testimonianze) descrivono oggetti che sembrano apparire e scomparire, accelerare oltre i limiti conosciuti, comportarsi in modo anomalo. Quando la realtà osservata non entra nei modelli disponibili, il linguaggio si adatta. I nuovi termini sono tentativi, sbagliati ma in buona fede, di descrivere qualcosa che sfugge.

Dall’altro lato, invece, potrebbe esserci una volontà nascosta di “smontare” la valenza innovativa e potenzialmente rivoluzionaria di tutto ciò che pertiene alla tecnologia UFO. Se il fenomeno viene progressivamente ridefinito come non fisico, quindi non misurabile, legato a dimensioni o entità non verificabili, allora diventa automaticamente impossibile da dimostrare. Esce dal terreno della prova materiale e si sposta in uno spazio dove tutto è ipotizzabile, ma senza nulla di concreto. Niente oggetti da mostrare, nessuna scoperta da condividere. La vera notizia, insomma, non è che Vance parli di demoni, o che Luna alluda a diverse dimensioni, o che Kosloski ammetta di non capire. La vera notizia è che tutte queste voci coesistono, contemporaneamente, dentro il discorso ufficiale americano. Politica, scienza e intelligence non stanno offrendo una risposta unica. Stanno, piuttosto, ridefinendo il mistero sotto ai nostri occhi.






