Fino a oggi il tema UFO è sopravvissuto in una specie di limbo: troppo clamoroso per essere ignorato del tutto, troppo fragile sul piano delle prove per essere davvero accettato. Adesso, però, qualcosa sembra essersi incrinato. Non tanto perché siano finalmente arrivate le prove definitive — quelle continuano ostinatamente a mancare — ma perché sempre più persone vicine agli ambienti dell’Intelligence, della Difesa e dei programmi governativi parlano apertamente di recuperi, materiali non umani, tecnologie sconosciute e persino forme di vita extraterrestri. Tuttavia, paradossalmente, più le dichiarazioni diventano esplosive, più cresce la frustrazione di chi osserva questa vicenda da anni. Siamo ancora quasi al punto di partenza, perché affermazioni straordinarie richiedono dimostrazioni straordinarie.

L’ultima clamorosa rivelazione è arrivata dal dottor Hal Puthoff, ex consulente del Programma AAWSAP e ricercatore finanziato dalla CIA, che durante il podcast “The Diary of a CEO” ha parlato (come se fosse una cosa normale e risaputa) di quattro diverse forme di vita aliena recuperate da incidenti UFO. «Le persone coinvolte nei recuperi hanno affermato che esistono almeno quattro tipi. Quattro tipi distinti», ha dichiarato il fisico ormai 89enne. «Non ho avuto accesso diretto a queste informazioni, ma credo alle persone con cui ho parlato: si tratta di quattro tipi distinti di vita». Ed è qui che il dibattito si arena, ancora una volta. Perché Puthoff è tutt’altro che uno sconosciuto: è uno degli uomini che da decenni orbitano attorno ai programmi più controversi dell’Intelligence americana. Non è il classico testimone improvvisato, né un personaggio marginale dell’ufologia.

Ma anche stavolta, tutto si basa sulla fiducia. «Credo alle persone con cui ho parlato», dice. Non porta alcun documento. Non mostra un’ immagine. Nessun reperto da presentare pubblicamente. Sempre la stessa dinamica: chi sa parla, ma senza poter — o voler — dimostrare davvero nulla. Il dettaglio più fastidioso è che, nel racconto di questi insider, il quadro sembra ormai dato quasi per scontato. Mesi fa, Eric Davis, collega storico di Puthoff, davanti al Congresso ha persino indicato le presunte specie recuperate: Grigi, Nordici, Rettiliani e Insettoidi. Creature che fino a pochi anni fa sarebbero state archiviate come complottismo ufologico o materiale da fantascienza, e che oggi vengono citate da uomini collegati a programmi governativi e task force ufficiali.

Allora, stiamo assistendo a una reale apertura degli archivi UFO oppure a una disclosure costruita su mezze verità e continue allusioni? Perché l’impressione, sempre più diffusa anche tra chi segue il fenomeno da tempo, è che la situazione sia rimasta bloccata in una perfetta “zona grigia”: ci sono abbastanza informazioni per alimentare il mistero, ma non sono mai abbastanza per risolverlo. Nel frattempo, le immagini decisive (quelle che secondo molti testimoni eccellenti esistono) continuano a restare blindate da qualche parte, lontano dagli occhi dell’opinione pubblica. E così la maggior parte delle persone continua a vivere tutto questo come qualcosa di curioso, folkloristico, quasi divertente, ma non vero. Del resto, ci mette del suo anche Donald Trump, che invece di mostrare documenti o materiali concreti ha preferito pubblicare immagini generate con l’intelligenza artificiale nelle quali compare accanto a un alieno Grigio ammanettato, alto e muscoloso, circondato da agenti della sicurezza.

Uno scherzo? Una provocazione? Un messaggio in codice? O semplicemente l’ennesima trasformazione della questione UFO in spettacolo mediatico? A domandarselo è stato anche il fisico Eric Weinstein, uno di quei personaggi che sembrano sapere molto più di quanto possano dire. In un post su X ha scritto: «Non è affatto chiaro cosa stia realmente accadendo. L’idea stessa che stia succedendo qualcosa è alquanto bizzarra. Forse è “reale”. Forse è una bufala. Forse è una cosa fighissima. Forse è umorismo da papà un po’ nerd. Forse è un modo intelligente per preparare il mondo. Eccetera. Ad infinitum». Ed è probabilmente questa la sensazione dominante dell’attuale fase di disclosure : una gigantesca ambiguità. Da una parte, si parla di materiali biologici non umani, programmi segreti e recuperi di velivoli precipitati. Dall’altra, c’è l’assenza totale di quella prova concreta che cambierebbe tutto in pochi minuti.

Nel frattempo, Ross Coulthard — il giornalista australiano che da anni sostiene di avere fonti molto vicine ai programmi riservati — ha assicurato che Trump avrebbe finalmente ricevuto un briefing completo sul cosiddetto Legacy Program. Ovvero, sull’intera questione aliena e sui programmi clandestini che, secondo queste ricostruzioni, custodirebbero tecnologie e resti non umani da decenni. E allora viene quasi da chiedersi se quell’immagine dell’alieno in manette non sia il riflesso grottesco di qualcosa di molto più serio e destabilizzante. Forse quella costruzione grafica è frutto di un incubo notturno dopo la scoperta di una verità “difficile da digerire”, come l’ha definita l’ex agente della CIA Jim Semivan. Un altro che sa e dice molto meno di quello che potrebbe.

In mezzo, però, ci siamo noi. Quelli che da anni ascoltano testimonianze, leggono indiscrezioni, seguono audizioni al Congresso, dichiarazioni di whistleblower e promesse di trasparenza. Quelli che si sono stufati delle chiacchiere e delle mezze verità. Il fisico Eric Weinstein — ancora lui — lo ha sintetizzato perfettamente: «Ci sono due ere di divulgazione: A) Foto, video e storie ambigue di scarsa qualità. B) Prove materiali rese disponibili agli scienziati. La mia opinione? La vera divulgazione non è ancora iniziata. A può essere protratta all’infinito. B potrebbe procedere come un fulmine. Cioè, se mai dovesse iniziare». Ecco, noi siamo quelli dell’opzione B. Subito, adesso.






