Se la disclosure americana sugli UFO assomiglia sempre più a un percorso disseminato di ambiguità, segnali contraddittori e informazioni rilasciate con il contagocce, gli ultimi sviluppi rischiano di rendere il quadro ancora più complesso. Da una parte, cresce la pressione di chi chiede una trasparenza totale. Dall’altra, aumentano le dichiarazioni che sembrano spingere il dibattito ben oltre i confini della verificabilità. In mezzo, come sempre, ci siamo noi, costretti a orientarci in un territorio dove la distinzione tra fatti, ipotesi e convinzioni personali appare sempre più sfumata.

A riaccendere i riflettori è stato ancora una volta David Grusch, il whistleblower o “gola profonda” che nel 2023 fece tremare Washington sostenendo sotto giuramento davanti al Congresso l’esistenza di programmi segreti dedicati al recupero e allo studio di tecnologie non umane- insomma, la retro ingegneria era reale e veniva condotta nell’ombra da decenni. Grusch ha ora annunciato un evento che potrebbe rappresentare una nuova tappa nella sua battaglia: un appello diretto al presidente Donald Trump affinché vengano declassificati specifici documenti relativi agli UAP e all’Intelligenza non umana. L’iniziativa, prevista il 9 giugno sulle scalinate del Campidoglio, riunirà figure di primo piano del movimento per la trasparenza: parlamentari come Eric Burlison, Jared Moskowitz, Anna Paulina Luna e Tim Burchett; la giornalista Leslie Kean; il regista James Fox e tanti altri.

«Il presidente Trump ha ora un’opportunità storica; questa conferenza stampa riguarda il passaggio dalla testimonianza all’azione. Lasciate che il popolo americano giudichi i fatti da sé», ha dichiarato David Grusch. Una frase che sintetizza bene il sentimento crescente all’interno di una parte del mondo ufologico: la convinzione che non sia più sufficiente ascoltare racconti e testimonianze, ma che sia arrivato il momento di aprire gli archivi e permettere una verifica delle informazioni custodite nei compartimenti più riservati dell’intelligence. L’interesse dell’opinione pubblica è altissimo: oltre 1 miliardo di utenti in tutto il mondo ha visitato il sito web governativo che ha messo online i primi documenti ufficiali.

Lo stesso Burlison, tra i più attivi sul tema al Congresso, ha lanciato un messaggio che sembra contenere una critica implicita proprio a quella trasparenza “a metà” di cui si discute da mesi. «I recenti rilasci sono un importante inizio, ma ora spetta al Congresso assicurarsi che i funzionari dell’intelligence di carriera non ostruiscano la direttiva presidenziale, al fine di prevenire una disclosure selettiva o un altro vicolo cieco». Una dichiarazione interessante, perché introduce apertamente il sospetto che qualcuno, all’interno degli apparati, stia ancora decidendo cosa possa essere mostrato e cosa debba invece rimanere nascosto. «Il pubblico merita risposte vere, il Congresso merita pieno accesso e la realtà non dovrebbe essere classificata», ha chiosato Fox.

A rafforzare questa impressione è arrivato anche Ryan Graves, ex pilota della Navy, tra i primi a farsi avanti nel 2018 come testimone oculare e fondatore dell’organizzazione Americans for Safe Aerospace. Graves sostiene che i piloti militari continuano a segnalare fenomeni anomali con una frequenza sorprendente e che esisterebbero ancora migliaia di video coperti da segreto. «Ci sono 10.000 video sugli UAP ancora da pubblicare», ha affermato. Una cifra enorme, difficile da verificare, ma che alimenta inevitabilmente la domanda che aleggia da anni sul dibattito americano: se esistono davvero così tante registrazioni, perché il pubblico continua a vedere soltanto pochi secondi di immagini sfocate, spesso prive del contesto necessario per una valutazione indipendente?

Secondo Graves, non si tratterebbe più di una questione relegata alla fantascienza o alle teorie del complotto. Le segnalazioni riguarderebbero oggetti osservati regolarmente dai piloti durante le operazioni di volo e rappresenterebbero anzitutto un problema di sicurezza aerea. Una posizione certamente più prudente rispetto a quella di altri protagonisti della disclosure, ma che porta comunque alla stessa conclusione: esistono ancora enormi quantità di informazioni che non sono state rese pubbliche. Se Grusch e Graves chiedono l’accesso ai documenti, Steven Greer spinge invece il dibattito su un terreno ancora più controverso.

Il medico e ufologo americano, da anni tra le figure più divisive del settore, sostiene che parte della narrativa sugli alieni sarebbe stata costruita deliberatamente da apparati segreti per manipolare l’opinione pubblica. Secondo Greer, la CIA avrebbe orchestrato per decenni falsi rapimenti alieni, mutilazioni di bestiame e persino operazioni mirate a generare paura nei confronti di una presunta minaccia extraterrestre. Le sue affermazioni vanno oltre: sostiene che il governo statunitense possieda forme di vita artificiali, entità biologiche programmate e persino alieni vivi custoditi in strutture sotterranee super protette. «Questi programmi coinvolgono sia entità defunte che viventi recuperate nel corso dei decenni», afferma Greer.

Dichiarazioni straordinarie che, naturalmente, richiederebbero prove altrettanto straordinarie. Ma al di là della loro attendibilità, colpisce un elemento: persino all’interno del fronte favorevole alla piena rivelazione emergono visioni profondamente diverse. C’è chi chiede semplicemente l’accesso ai documenti. Chi denuncia lotte interne tra agenzie. Chi parla di programmi di retro-ingegneria. E chi arriva a sostenere l’esistenza di esseri non umani custoditi dal governo. Di fronte a questo mosaico di affermazioni, il rischio di smarrirsi è evidente.

Ed è qui che, forse, assume particolare interesse la posizione espressa dall’astrofisica Michelle Thaller. A differenza di molti protagonisti del dibattito UFO, Thaller non rivendica conoscenze segrete. Eppure le sue parole invitano a una riflessione che va oltre il consueto scontro tra credenti e scettici. Intervistata da Joe Rogan, ha spiegato che la scienza possiede strumenti potentissimi che tuttavia non sono sufficienti a spiegare ogni esperienza umana – un suo limite. Ma ciò non implica che, allora, certe esperienze non siano vere solo perché non possono essere dimostrate con le equazioni o gli esperimenti. In sostanza, potrebbero esistere anche se la scienza non è in grado di provarle.

Raccontando gli incontri avuti nel corso della sua carriera con persone che sostenevano di aver vissuto fenomeni straordinari, l’astrofisica ha rivelato che spesso alla NASA le passavano le chiamate di chi era convinto di aver fatto viaggi nel tempo o di esser stato rapito dagli Alieni. Nessun altro voleva averci a che fare, lei sì: parlava con loro, li ascoltava «Queste storie potrebbero essere reali», ha detto. E liquidarle automaticamente come impossibili potrebbe essere un errore. Thaller si è spinta persino oltre quando ha affermato: «Tutti noi alla NASA crediamo che ci sia vita aliena là fuori». Anzi, secondo la scienziata sarebbe inconcepibile pensare di essere l’unica forma di intelligenza nell’universo. E poi, ancora più sorprendentemente, ha dichiarato: «Conosco persone di cui mi fido al 100% che hanno avuto esperienze spirituali e hanno comunicato con l’Aldilà».





