Le piramidi non possono essere state create da un popolo per alcuni versi ancora primitivo, che non conosceva neppure la prospettiva e il disegno tecnico. I monumenti della Piana di Giza appartengono a un’altra epoca e a un’altra civiltà, molto precedente, cancellata dalla storia. Sotto il plateau, esiste un intricato reticolato di pozzi, tunnel e strutture – un mondo sotterraneo inesplorato e misterioso. Sono solo alcuni dei punti fermi delle teorie di Armando Mei, ricercatore indipendente noto per i suoi studi sull’Antico Egitto.

Mei, dopo anni di indagini, è arrivato a una conclusione tanto audace quanto suggestiva: le piramidi non sarebbero monumenti funerari, ma veri e propri codici in pietra. Nel suo lavoro, culminato neI librI “La Piramide e i segreti del 137” e “La chiave del tempo”, emerge un filo conduttore che unisce architettura, matematica e mistero: il 137, appunto. Non si tratta di una cifra qualsiasi. In fisica quantistica, il suo inverso (ovvero, 1/137,036) rappresenta la Costante di Struttura Fine, una delle grandezze più enigmatiche dell’universo. È il numero che stabilisce quanto intensamente la luce interagisce con la materia, regolando l’elettromagnetismo su scala atomica. In altre parole, è una chiave invisibile che tiene insieme il mondo così come lo conosciamo. Con un altro numero, l’universo non sarebbe quello che è.

Ma ciò che rende il 137 così sorprendente è che nessuno sa davvero da dove nasca: non si ricava da una teoria speculativa, ma viene misurato sperimentalmente. E il motivo del suo valore resta sconosciuto. Il fisico Richard Feynman lo definì uno dei più grandi misteri della scienza, come se fosse stato scritto direttamente dalla “mano di Dio”. Insomma, un numero quasi imposto da una logica superiore. Secondo Mei, questo stesso numero sarebbe stato integrato consapevolmente nella progettazione delle piramidi di Giza, in particolare in quella di Chefren. Non come semplice coincidenza, ma come un vero e proprio schema, una firma lasciata da chi possedeva conoscenze molto più avanzate di quanto siamo disposti ad ammettere.

Nei suoi studi, poi, assume un ruolo centrale la figura di Thoth, il dio egizio dalla testa di ibis, custode della sapienza, della scrittura e delle conoscenze nascoste. I templi a lui dedicati erano chiamati “Casa della Vita”, luoghi simbolici o forse reali in cui venivano custoditi i segreti dell’universo. Non solo: collegando le tre piramidi principali a quelle minori (dette “satelliti”) costruite intorno, il ricercatore ha ricavato delle lettere in alfabeto cuneiforme, il cui significato in sumero sarebbe “il grande sapiente Theut” – altro nome di Thoth. Per questo, suggerisce che la piana di Giza rappresenti una gigantesca mappa iniziatica, un accesso a una conoscenza perduta. Le piramidi, con le loro proporzioni, i loro allineamenti astronomici, la loro geometria, costituirebbero un sistema armonico che riflette le leggi del cosmo.
A rendere ancora più concreta questa ipotesi, sono le ricerche condotte dall’archeologo indipendente all’interno del cosiddetto Progetto Khafre, che ha avuto un’eco mediatica straordinaria soprattutto all’estero. Attraverso i dati raccolti con tecnologie avanzate come il telerilevamento satellitare basato sul SAR (ovvero Radar ad Apertura Sintetica), poi rielaborati in modo innovativo, il team composto dal professor Corrado Malanga, dall’ingegnere Filippo Biondi e da Armando Mei sostiene di aver individuato una serie di anomalie sotto la superficie della piana di Giza: pozzi elicoidali che scendono in profondità per un chilometro, cavità squadrate e strutture sotterranee, le une collegate alle altre, che potrebbero cambiare radicalmente la nostra comprensione del sito.

Parallelamente, Veronica Antili – compagna nella vita e nel lavoro di Mei – ha esplorato il simbolismo legato alla divinità egizia con la testa di uccello nel suo libro Alla ricerca di Thot – L’ibis sacro tra mito, storia e scienza , approfondendo il valore di archetipo culturale di questo dio civilizzatore e dell’animale a lui connesso. Mei e Antili, insieme, stanno ora conducendo una ricerca sul campo a Giza, cercando il coinvolgimento delle autorità locali, per portare avanti un’indagine che potrebbe presto offrire riscontri concreti a queste ipotesi e aprire scenari completamente nuovi sulla storia dell’Egitto – e forse dell’intera umanità. Sono proprio loro i protagonisti della nuova, imperdibile intervista di Extremamente, realizzata con il podcast Something is up di Antonio Virzì: sul suo canale Youtube troverete la versione integrale di questa affascinante conversazione a quattro voci.







