Il 13 marzo 1997, migliaia di persone alzarono gli occhi al cielo sopra l’Arizona per scorgere il passaggio della cometa Hale-Bopp e videro invece qualcosa che, quasi trent’anni dopo, continua a dividere e non trova una spiegazione univoca. Le cosiddette “Luci di Phoenix” (come venne chiamato l’avvistamento di massa che toccò gran parte del sud-ovest degli Stati Uniti) sono diventate uno dei casi UFO più celebri e controversi della storia moderna, non solo per il numero impressionante di testimoni coinvolti, ma soprattutto per le domande che ancora oggi restano senza risposta.

La versione ufficiale sostiene che almeno una parte delle luci osservate quella sera fosse riconducibile a bengala militari illuminanti lanciati durante l’Operazione Snowbird, un programma di addestramento della Guardia Nazionale Aerea. Eppure, fin dall’inizio, molti testimoni hanno contestato questa spiegazione. Non parlavano di luci che scendevano lentamente nel cielo, come farebbero dei bengala appesi a un paracadute, ma di una gigantesca struttura silenziosa che sembrava attraversare il cielo mantenendo una formazione perfetta. E anche le immagini riprese quella notte da varie angolazioni sembrano smentire questa ipotesi. Inoltre, l’estensione del fenomeno – visto dall’Arizona allo Utah, dal Colorado alla California – e la sua durata – da metà pomeriggio fino a notte fonda – poco si addicono alla versione ufficiale.

Tra coloro che hanno dedicato più anni allo studio del fenomeno c’è la dottoressa Lynne Kitei, medico e ricercatrice, che ho avuto l’opportunità di intervistare insieme all’amico Antonio Virzì, creatore del canale YouTube Something Is Up, dove potrete trovare l’intervista in forma integrale. La storia di Lynne (che all’inizio aveva scelto l’anonimato, facendosi chiamare “Dr. X”) è particolare perché, a differenza della maggior parte dei testimoni, era riuscita a fotografare luci anomale già nei due anni precedenti all’avvistamento di massa e poi anche nel gennaio del ’97, nella stessa posizione e con caratteristiche molto simili. Secondo il suo racconto, quello del 13 marzo non fu, dunque, un episodio isolato, ma il culmine di una serie di manifestazioni che stavano già avvenendo nei cieli dell’Arizona. E il video da lei ripreso nella notte dell’avvistamento di massa, sottoposto a verifiche di esperti militari e accademici, divenne virale in TV.

Uno degli aspetti più sorprendenti riguarda i controllori del traffico aereo. Lynne Kitei racconta di averli contattati sia nel gennaio di quell’anno sia la mattina del 14 marzo. Da loro avrebbe avuto la conferma non solo della presenza di luci stazionarie a circa mille piedi di quota sopra uno spazio aereo controllato (un dettaglio che, da solo, renderebbe impossibile l’ipotesi dei semplici bengala), ma anche che il fenomeno di marzo era del tutto identico a quello avvenuto due mesi prima. Nel corso degli anni sono emersi, poi, altri elementi curiosi. Uno dei più noti riguarda l’attore Kurt Russell. Nel 2017 rivelò pubblicamente di essere stato uno dei piloti che quella sera segnalarono strane luci ai controllori di volo mentre si trovava in fase di avvicinamento all’aeroporto di Phoenix. All’epoca non immaginava che quella segnalazione sarebbe diventata parte integrante di uno dei casi UFO più famosi del mondo.

Ma il nome più sorprendente associato alle Luci di Phoenix resta quello dell’allora governatore dell’Arizona, Fife Symington. Nel giugno del 1997 convocò una celebre conferenza stampa durante la quale ridicolizzò l’intera vicenda facendo comparire un suo collaboratore travestito da alieno. Eppure, dieci anni dopo, lo stesso Symington cambiò completamente posizione. Dichiarò infatti pubblicamente di aver osservato personalmente uno degli oggetti quella sera e descrisse ciò che aveva visto come qualcosa di “otherworldly”, ovvero “non appartenente a questo mondo”. E, da ex pilota militare, parlò apertamente di un velivolo misterioso e gigantesco in movimento. Oggi, i ricercatori sono convinti che le Luci di Phoenix siano state il risultato di una sorta di “parata” di vari oggetti (triangolari, a boomerang e sferici), piuttosto che di un unico oggetto in grado di cambiare aspetto. Una convinzione basata su migliaia di testimonianze raccolte nel corso degli ultimi 29 anni.







