Cosa si nasconde sotto la Piana di Giza? Forse un reticolo fatto di tunnel, pozzi, camere e strutture ancora tutte da scoprire. Uno scorcio di questo possibile mondo sconosciuto, sepolto sotto la sabbia egiziana, è emerso grazie al Progetto Khafre che nel 2025 ha affermato di aver individuato – tramite scansioni radar basate sulla tecnologia SAR – profondi cunicoli, lunghi fino a quasi un chilometro, sotto la piramide di Chefren. Uno dei componenti del team di ricerca, insieme al professor Corrado Malanga e all’ingegnere Filippo Biondi, era Armando Mei, studioso dell’antico Egitto che da anni unisce ricerca sul campo, analisi simbolica e interpretazioni non convenzionali.

Secondo il contestato progetto — che ha attirato una valanga di critiche, non solo da parte del mondo accademico ma anche di molti ricercatori alternativi — sotto le piramidi non si troverebbero semplici cavità isolate, bensì un sistema complesso, una sorta di “città sotterranea” estesa per chilometri. Eppure, al di là delle polemiche, resta un dato interessante: questa caratteristica del sottosuolo di Giza è tutt’altro che sconosciuta. Già negli Anni Trenta del secolo scorso si parlava dell’esistenza di un network di cunicoli e pozzi sotto la piana, con possibili collegamenti ad altri monumenti fino a Saqqara. A questo si aggiungono racconti, a metà tra cronaca e aneddoti, di persone smarrite nei tunnel e riapparse a chilometri di distanza.

«Il nostro progetto non è nato per caso», spiega Mei nella seconda parte dell’intervista con Extremamente. «Prima ci sono stati studi di illustri egittologi, poi dimenticati, e le ricerche condotte da Biondi e Malanga sulla piramide di Cheope. Loro volevano analizzare l’Antartide, ma io li ho convinti a studiare la piramide di Chefren, perché sapevo che là sotto c’era qualcosa di interessante. E così è stato». Oggi Mei, insieme alla compagna Veronica Antili -studiosa del mito e delle tradizioni antiche – si è trasferito in Egitto con l’obiettivo di condurre ricerche sul campo e cercare riscontri concreti all’esistenza di questo mondo sotterraneo. Il ricercatore è convinto di aver individuato un possibile punto di accesso attraverso cui penetrare nel sottosuolo.

Un altro elemento che alimenta il mistero di Giza riguarda poi la presenza, in alcuni di questi pozzi (già noti ed esplorati), di tracce di acqua salmastra. Insomma, di acqua marina, forse residuo di un antico bacino ormai prosciugato. Un dettaglio che apre scenari ancora più enigmatici: perché, in assenza di certezze, ogni ipotesi resta possibile. Ed è proprio qui che la visione di Mei si fa più audace. Secondo il ricercatore, l’intero sistema sotterraneo potrebbe aver avuto una funzione ben precisa: la produzione di energia. Un’idea radicale, ancora priva di spiegazioni definitive su modalità e scopi, ma coerente con la sua interpretazione delle piramidi come il prodotto di una civiltà avanzata e dimenticata.

Ma su un punto, sorprendentemente, il ricercatore sembra avvicinarsi alle posizioni dell’archeologia ufficiale. Di recente, infatti, l’ingegnere Filippo Biondi ha annunciato di aver individuato, sotto un tumulo di sabbia e detriti, una seconda Sfinge, differente da quella già nota: si è detto certo “al 100 per cento”. Armando Mei, tuttavia, prende le distanze. Secondo lui, l’ipotesi non regge né dal punto di vista archeologico né da quello storico e simbolico. La Sfinge della Piana di Giza non è soltanto una statua, ma un elemento chiave di un sistema molto più ampio, carico di significati precisi: duplicarla, senza riscontri concreti e coerenti, significherebbe alterare profondamente questo equilibrio. Una posizione che, per una volta, lo avvicina a quella di figure storiche dell’archeologia egiziana come Zahi Hawass…







