Per qualche ora, molti appassionati di UFO hanno pensato che fosse arrivato il momento che aspettavano da anni. Il nuovo dominio aliens.gov, registrato dall’amministrazione Trump, era finalmente online. Sui social circolavano brevi video realizzati con l’intelligenza artificiale: figure che avanzavano nella notte, strani suoni gutturali, atmosfere che ricordavano da vicino il cinema di fantascienza con dischi volanti e raggi traenti. A campeggiare sullo schermo, una frase destinata ad accendere immediatamente l’immaginazione: «Camminano in mezzo a noi. Per sessant’anni il governo americano ha mantenuto un segreto gelosamente custodito». Poi la doccia fredda…

In un momento storico in cui Washington sta rilasciando quantità senza precedenti di documenti sugli UAP, era quasi inevitabile che molti leggessero quel messaggio come l’ennesimo passo verso la tanto attesa disclosure. Del resto, nelle utlime settimane sono stati pubblicati centinaia di file, filmati militari, rapporti ufficiali e testimonianze che hanno riportato il tema degli UFO al centro del dibattito pubblico americano. Sembrava quindi naturale pensare che anche quel nuovo sito avesse qualcosa a che fare con la questione. Invece no. Gli “alieni” di cui parla il portale non provengono da altri mondi, ma da altre nazioni. Sono gli immigrati clandestini presenti negli Stati Uniti. Dietro la grafica che evoca invasioni extraterrestri e segreti governativi, si nasconde infatti una piattaforma dedicata alla lotta contro l’immigrazione illegale, completa di statistiche, mappe degli arresti e dati sulle espulsioni.

L’operazione ha provocato reazioni immediate e, per molti versi, comprensibili. Jeremy Corbell, documentarista e figura di primo piano nel panorama della disclosure, non ha nascosto la propria irritazione. «Sospetto che la Casa Bianca stia per fregare il popolo americano», ha scritto su X. Aggiungiamo noi: e tutto il resto della popolazione mondiale… «Useranno l’enorme interesse pubblico per gli UAP e per gli “alieni” trasformando quella curiosità in un’arma politica che non ha nulla a che fare con il mistero globale degli UFO. Gli UFO non sono un problema politico. Sono un problema ontologico: riguardano ciò che significa essere umani e il nostro posto nel cosmo».

Al di là dei toni polemici, la vicenda pone una questione interessante. Perché utilizzare proprio l’immaginario UFO? Perché scegliere un nome come aliens.gov in un momento in cui milioni di persone stanno seguendo con attenzione crescente la pubblicazione dei file sugli UAP? Certo, la parola “alieno” significa “estraneo” e in inglese viene normalmente usata per indicare chi non è originario del posto, ma è difficile credere che usare quello stesso termine in un duplice contesto sia solo una semplice coincidenza comunicativa. Ed è qui che emerge una sensazione che accompagna sempre più spesso l’attuale processo di trasparenza: quella di trovarsi davanti a una strategia in cui informazione, comunicazione politica e gestione della percezione pubblica sembrano intrecciarsi continuamente.

John Greenewald Jr., fondatore di The Black Vault e da oltre vent’anni impegnato a ottenere documenti governativi attraverso il Freedom of Information Act, invita però a non perdere di vista la questione principale. «Il fatto che l’amministrazione Trump utilizzi il sito aliens.gov per promuovere la questione dell’immigrazione non ha nulla a che vedere con il dibattito sugli UFO, la sua serietà o la quantità di prove emerse legalmente che dimostrano la necessità di discuterne». In sostanza, Greenewald suggerisce di non lasciarsi distrarre dal rumore mediatico e di continuare a concentrarsi sui documenti, sui video e sulle testimonianze che stanno emergendo.

Non aiuta a dissipare la confusione il fatto che lo stesso Donald Trump, durante un discorso ufficiale pronunciato con accanto il ministro della Guerra Pete Hegseth e il segretario di Stato Marco Rubio, abbia presentato il rilascio dei documenti UFO come una questione di enorme interesse per l’opinione pubblica, sottolineando con soddisfazione che il tema era diventato il primo trend sui social. Ma soprattutto colpisce la parola scelta per descrivere immagini e materiali: “extraterrestri”. Non «droni». Non «palloni meteorologici». Non «aerei identificati erroneamente». Proprio “extraterrestri”. Una definizione pesantissima, che in altri tempi sarebbe bastata da sola ad aprire le prime pagine dei giornali, e che invece oggi sembra scivolare dentro le chiacchiere della politica, tra annunci, ambiguità e continue mezze rivelazioni.

Eppure, proprio osservando il modo in cui questa disclosure viene gestita, è difficile non notare una costante. Ogni volta che sembra apparire qualcosa di interessante, qualcosa che potrebbe davvero spostare il discorso, emergono anche elementi ambigui, contraddittori o facilmente ridicolizzabili: un video che divide gli analisti, un’immagine che qualcuno identifica come un palloncino o una testimonianza forte ma priva di verifiche indipendenti. È una dinamica che ricorda da vicino il concetto di “plausible deniability”, il diniego plausibile, una strategia ben nota negli ambienti dell’intelligence. Se all’interno di un insieme di informazioni autentiche vengono inseriti elementi discutibili o facilmente contestabili, diventa molto più semplice screditare l’intero quadro nel momento in cui qualcuno prova a trarne conclusioni. Non occorre negare tutto. Basta creare abbastanza confusione da rendere impossibile distinguere con certezza il vero dal falso.

È una lettura che trova eco anche nelle riflessioni di Antonio Virzì, creatore e conduttore del podcast. Something Is Up, ospite della nuova video intervista di Extremamente. Ingegnere informatico specializzato in robotica e intelligenza artificiale, con una lunga esperienza professionale all’estero, Virzì si è avvicinato al tema UFO dopo la svolta rappresentata dal celebre articolo del New York Times che nel 2017 rivelò l’esistenza del programma segreto (il cui vero nome sarebbe stato AAWSAP, Advanced Aerospace Weapon System Applications Program o Programma per le applicazioni di sistemi d’arma aerospaziali avanzat) dedicato allo studio dei fenomeni aerei non identificati. Da allora ha continuato a seguire da vicino l’evoluzione della disclosure e le dinamiche che si muovono dietro le quinte.

Nel corso dell’intervista ha ripercorso, con occhio critico, le tappe di quella che viene presentata come una grande operazione di trasparenza. Una trasparenza che, secondo Virzì, potrebbe avere motivazioni molto diverse da quelle dichiarate pubblicamente. A suo giudizio, infatti, chi oggi spinge per l’apertura dei file sugli UFO non necessariamente lo farebbe per informare l’opinione pubblica, ma per ottenere accesso a informazioni e tecnologie custodite da altri compartimenti dell’apparato militare e dell’intelligence. Insomma, per interessi personali e avere una “fetta” della torta…

In questa prospettiva, dietro le quinte si starebbe consumando uno scontro tra fazioni: una favorevole alla condivisione di determinate informazioni, l’altra intenzionata a mantenerle segrete. Noi, nel frattempo, assisteremmo soltanto agli effetti superficiali di questa battaglia. Ma se le cose stanno davvero così, esiste ancora la possibilità di arrivare a una verità completa? Oppure siamo destinati a ricevere soltanto frammenti accuratamente selezionati? La risposta di Virzì apre scenari ancora più sorprendenti. «Non ho dubbi che abbiamo già avuto contatti con le NHI, le Intelligenze Non Umane, anche se non so quante siano o chi siano», afferma. «Ma è possibile che proprio loro abbiano dato un ultimatum ai governi, indicando una finestra temporale — un periodo compreso tra il 2027 e il 2032 — per rivelare la loro presenza all’umanità. In caso contrario, potrebbero essere loro stesse a farlo.»







